Un attacco di panico
Fiato corto, senso di annebbiamento, mente sgombra - vuota, panico. A volte sono episodi come questo piccolo attacco di panico a ricordarmi che sono umana. Poi le mie voci interiori: non sai niente, non sei preparata, non hai tempo, sarà l'ennesimo fallimento. Il mio organismo che va in modalità difesa dopo aver rilevato un potenziale pericolo (lo...studio?). Tutto ciò solo sedendomi davanti ad un libro di testo e chiedendo a me stessa "come procediamo adesso?". In questi casi (per fortuna ormai rari) respiro, respiro profondamente, cerco di distrarmi un attimo, fare un gesto o un'azione facile e familiare; poi torno dov'ero e cerco di scomporre il problema in piccoli pezzi, di procedere con ordine, un piccolo passo per volta. Un minuscolo passo per volta, un microscopico passo per volta. Poi torno con i piedi per terra e analizzo oggettivamente la situazione e tutte quelle cose che mi mettevano ansia, diventano un po' più piccole, affrontabili e confrontabili. Posso farcela. Non devo avere paura, sono brava.
La ricerca di conforto, in una voce amica, in questi momenti può essere di grande aiuto ed io ho smesso di credere che tutto debba essere risolto nel silenzio della mia interiorità.
Parlare, esprimere, spiegare, chiedere.
Poi c'è la scrittura, la mia terapia più efficace: sbrogliare quel gomitolo di pensieri fitti e attorcigliati. Senza neanche rendermene conto, per anni e anni ho usato questo incredibile strumento per capire quel che nella mia mente non aveva senso.
Oggi sono stata presa e catturata da queste dinamiche controverse della mente. Un piccolo attacco di panico che ha fatto vacillare la mia sicurezza, ma che non è neanche sicurezza, solo tranquillità; quella tranquillità a cui aspiriamo tutti - mi immagino. Ma cosa c'è fra noi e quella tranquillità? Cos'è che è in nostro potere manipolare e controllare affinché si possa tornare a respirare? Quanto si può scomporre un problema? Quanta forza occorre e quanta ne abbiamo veramente?
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